venerdì 29 aprile 2016

La solitudine e l’attesa di un amore lontano

Rimane fissa nei miei occhi l’immagine della tua partenza […] Osasti abbracciarmi e, piegato sul collo di me che ti amavo, unire strette in lunghi indugi le bocche, e confondere insieme alle tue le mie lacrime […] Torna, anche se tardi, da colei che ti ama, sì che la tua promessa sia stata solo rinviata nel tempo.
Ovidio, Heroides, (trad.  Lettere di Eroine)

A chi non è mai capitato di passare una notte in bianco, avvolto nelle coperte del proprio letto, pensando a quella persona lontana, quasi irraggiungibile, che tanto aveva scaldato il proprio cuore quando era vicina? O forse a chi, invece, ha deciso di abbandonarci per sempre, lasciandoci senza parole a fissare quel soffitto sempre bianco, sempre uguale, sempre tetro. Si dice che la letteratura nasca dal dolore. Che nessun uomo – o donna – possa fare arte senza aver mai provato prima una scura sensazione di angoscia dentro di sé. E se questo è vero, allora ecco perché leggendo un libro, di qualsiasi epoca, possiamo sentire sempre come se ci fosse un pezzo di noi nascosto in quelle pagine. Di noi ricerchiamo proprio quello che abbiamo perso, i frammenti della nostra esistenza, ciò che ci ha fatto soffrire, che ci manca e speriamo ritorni. Proprio come le eroine di Ovidio, che scrivono ai loro amati lontani in lacrime, battendosi il petto, struggendosi di un dolore senza fine che le logora giorno dopo giorno. Aspettano, instancabili, una risposta, un segno, un senso per quegli abbandoni improvvisi, ingiustificati. Non hanno speranze di rivederli, probabilmente, eppure si illudono che sia così, perché ‘siamo lenti nel credere a ciò cui ci dà dolore prestar fede’. Un’illusione, la loro, così simile alla nostra. Noi che crediamo ancora che chi si è lasciato andare non lo abbia fatto di sua volontà e che presto o tardi tornerà; che il passato si può ricostruire e rivivere sfruttandolo al meglio; che è colpa nostra se le cose sono andate così ma che forse si può rimediare. È questo il pensiero che affolla le menti di chi non riesce ad arrendersi, di chi vuole comunque trovare un appiglio anche quando non c’è. Di chi vive una realtà distorta in cui la gente non può voler andarsene e basta. Le eroine ripercorrono gli eventi, cercano dettagli, scrutano il cielo e gli indovini, gridano con rabbia e dolore sperando di essere sentite.. anche se questo non accadrà mai. Vivono nel completo abbandono, lasciate a loro stesse, vittime di uomini che non le amavano davvero ma che le avevano usate solo per i propri interessi. Ci colpiscono perché sono così vicine alle nostre storie da metterci i brividi. C’è qualcosa di te e me, in quelle donne che inseguono un futuro che si è disintegrato da tempo. E non c’è niente che possa cambiare le nostre sorti, nulla spezzerà il nostro destino, come loro anche noi: ‘colui che né mille animali feroci, né il nemico figlio di Stenelo, né Giunone riuscì a piegare, lo piega l’amore’. Non riusciamo a resistere alle sue promesse così idilliache, alle sue false speranze che ci sussurrano all’orecchio la previsione di qualcosa che non arriverà mai. È per questo che le Heroides sono così immense ed universali, perché parlano di noi in mille modi differenti, continuano a raccontarci di epoca in epoca mostrando che non siamo cambiati mai. Noi che, come Saffo: ‘non ti chiedo di amarmi, ma di lasciarti amare’; noi che saremmo stati disposti a qualsiasi cosa pur di raccogliere anche solo le briciole di quello che riserva l’amore. Come le migliori storie, anche questa non finisce bene. Forse perché non siamo in grado di concepire il guadagnare qualcosa senza sofferenza, la vita senza le prove, l’amore senza il dolore. Aspiriamo all’infinito, senza mai davvero poterlo raggiungere. Ma nonostante ciò, lanciamo le nostre grida nel vuoto, sperando che qualcuno ci ascolti. Noi, quelle donne, le stiamo ascoltando e piangendo ancora. È questo il grande potere della letteratura, probabilmente: far vivere qualcosa che era, invece, morto.



Vivi nel ricordo di me, e versa lacrime sulle mie ferite e non temere, tu che mi ami, il corpo di me che ti amo.

L'amore che soggioga

“Sono tanto ricco, e il mio sentimento per lei divora tutto; sono tanto ricco, e senza di lei tutto diviene nulla.”
I dolori del giovane Werther, Goethe


Studiando la storia delle letteratura, la cosa che emerge sempre e comunque è la posizione centrale che possiede l’amore negli animi di romanzieri e poeti. Sembra quasi che ne siano totalmente accecati, soggiogati. Da Saffo ad Alda Merini, da Dostoevskij a Sklovskij.. tutti hanno parlato di un amore totalizzante, distruttivo, ossessivo, quasi morboso. Un sentimento che non lascia vita ad altro, ma annienta tutto. Al punto tale che Orlando – nell’Orlando Furioso – perderà il senno: ‘Colui che vinse tutte le altre cose / poi che contra d’amor pur fu perdente’. Un paladino, un guerriero, sconfitto e schiavizzato da uno dei sentimenti più ‘frivoli’ di questa terra: assurdo. Ma l’amore è assurdo, è completamente irrazionale. E quello vero e concreto fa male da morire. Basti pensare a Catullo, che col suo devastante Odi et amo aveva dichiarato una passione che lo sfiniva, facendogli bene e male allo stesso tempo; o ancora a Lucrezio, che nel De Rerum Natura aveva indicato l’amore come la passione distruttiva per eccellenza, quella che dà maggior tormento e dalla quale stare alla larga per ottenere la felicità; o, infine, al futuro Goethe che parlerà di un Werther così spezzato dalla devozione che prova per la sua amatissima Lottie da decidere di mettere fine alla sua vita. E se è vero che l’amore ci devasta, è anche vero che nonostante questo tutti continuiamo ad averne bisogno. Tutti, come lucciole, ne siamo fatalmente attratti. Lo rincorriamo perché è la nostra luce e - come tale - ci rischiara il sentiero, ci mostra la strada giusta da percorrere. Lo diceva Dante nella sua Vita Nova e, successivamente, nella Commedia: Beatrice gli aveva completamente cambiato la vita. Quella selva oscura che lo intrappolava si era convertita in Paradiso insieme a lei. L’amore è la nostra àncora nel momento in cui abbiamo bisogno di aggrapparci a qualcosa per salvarci. E’ ciò che ci tiene in vita. ‘Chè qualunque nel mondo è più orgoglioso / è da Amor vinto, al tutto subiugato / né forte braccio, né ardire animoso / né scudo o maglia, né brando affilato / né altra possanza può mai far diffesa / che al fin non sia da Amor battuta e presa’ (Matteo Maria Boiardo, Orlando Innamorato). E’ inutile sorprenderci: è più forte di qualsiasi altra cosa. E, citando ancora una volta Ariosto: ‘Ah, più tosto manchino i dì miei / ch’io viva più, s’amar non debbo lei’. Non ne possiamo fare a meno. Perché noi siamo composti della stessa sostanza dell’amore. Noi discendiamo dalla forma più pura d’amore. E non stiamo parlando dell’amore per una persona, ma dell’ amor che move il sole e l’altre stelle, l’amore universale. Quello che proviamo per tutto ciò che ci dona emozioni: un film, un libro, un oggetto, un’opera d’arte. Lo stesso che, nonostante ci accechi, nonostante non ci lasci più padroni della nostra identità e della nostra ragione, ci fa andare oltre il visibile. Amore è magia, non è qualcosa di terreno, è soprannaturale donato all’uomo. Posso paragonarti ad un giorno d’estate? – diceva Shakespeare - Ma tu sei più mite,  tu sei di più.. l’amore è sempre di più di tutto ciò che potremmo mai immaginare o scrivere! E se noi facciamo il viaggio senza mai aver amato, non ha senso aver vissuto.
Vivo giorni felici, come quelli che Dio riserva ai suoi Santi; qualunque cosa avvenga di me non potrò dire di non aver goduto le vere, le più pure gioie della vita. […] Ah questo vuoto! Questo tremendo vuoto che sento qui nel petto! … Spesso penso, se potessi stringerla, una sola volta stringerla al cuore, questo vuoto verrebbe colmato.” (Goethe, I dolori del giovane Werther)